Il conflitto israelo-palestinese è una delle questioni più dolorose e divisive del nostro tempo, capace di suscitare forti passioni e opinioni contrastanti, ma dietro le bandiere e le ideologie, c’è una domanda che non possiamo ignorare, chi sono veramente gli ebrei? E come possiamo interpretare la loro storia alla luce dei drammi contemporanei e delle verità spirituali, che trascendono le differenze politiche ed etniche? Cosa significa essere ebreo oggi? E quale ruolo gioca lo Stato di Israele nelle sofferenze del popolo palestinese, in particolare a Gaza?
Le risposte a queste domande sono complesse e sfaccettate, è fondamentale riconoscere che la persecuzione degli ebrei non è iniziata con la Germania nazista, ma ha radici molto più antiche, per secoli, gli ebrei sono stati perseguitati, discriminati e costretti all’esilio in numerosi paesi d’Europa, dal Medioevo in poi, le espulsioni, le violenze e le leggi antisemite erano all’ordine del giorno in molte nazioni. La Germania nazista, purtroppo, rappresenta il culmine di questa lunga storia di oppressione.
Il trauma di queste persecuzioni ha segnato in modo indelebile la storia del popolo ebraico, alimentando una necessità di sicurezza e autodeterminazione che ha trovato espressione nella nascita dello Stato di Israele. Per molti ebrei, la sofferenza passata non giustifica le azioni compiute contro il popolo palestinese.
Queste domande mi spingono a riflettere non solo sulle dinamiche politiche, ma anche su questioni morali, religiose e spirituali che coinvolgono il destino dell’uomo e il rapporto con il divino.
Quando si parla degli ebrei non si può pensare a un gruppo unico e compatto, le dodici tribù di Israele, alla base della tradizione ebraica, erano diverse tra loro per pratiche religiose e visioni spirituale. Una frattura importante avvenne intorno al 930 a.C. con la divisione del regno in due, Israele a nord e Giuda a sud. Dopo la conquista del regno del nord da parte degli Assiri, le dieci tribù che lo abitavano furono deportate, da allora sono ricordate come “le dieci tribù perdute”, e da quel momento comincia una diaspora che avrebbe segnato per sempre la storia del popolo ebraico.
Il regno di Giuda, con Gerusalemme come capitale, sopravvisse più a lungo, ma anche lì arrivò l’esilio, questa volta per mano dei babilonesi, gli ebrei si dispersero nel tempo in molte regioni del mondo, da Babilonia a Roma, dall’Europa all’America.
Ovunque andassero, conservarono sempre gli elementi fondamentali della loro tradizione, adattandosi ai luoghi e ai tempi, le differenze e le diverse interpretazioni della fede hanno sempre fatto parte della loro storia, ma il legame con la terra d’Israele non si è mai spezzato, le profezie, i testi sacri e una tensione spirituale costante hanno mantenuto vivo il desiderio del ritorno.
Oggi questo ritorno non può essere visto solo come una questione politica, ha un senso più profondo, che tocca la dimensione religiosa e spirituale, al di là del conflitto e delle sue dinamiche materiali.
Il sionismo, che nasce alla fine del XIX secolo, inizialmente non fu un movimento di natura religiosa, ma un movimento politico con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico in Palestina, fondato da Theodor Herzl e da altri intellettuali ebrei, il sionismo si radicò nelle idee di autodeterminazione in risposta alle crescenti persecuzioni degli ebrei in Europa, non di un ritorno religioso alla terra promessa, aveva una forte ispirazione socialista e la sua visione prevedeva la creazione di una società ebraica in Palestina basata su ideali di giustizia sociale, collettivismo e cooperazione agricola, come dimostrato dalla creazione di kibbutz e insediamenti agricoli.
Molte terre furono acquistate, attraverso negoziazioni con i proprietari terrieri arabi, ma la pressione per stabilire un territorio autonomo crebbe rapidamente e con la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, la situazione politica si è fusa con quella religiosa. La visione di uno Stato ebraico ha preso piede per l’influenza di interpretazioni religiose della Bibbia, che legavano indissolubilmente gli ebrei alla Terra di Israele. La creazione di Israele ha indubbiamente portato benefici alla comunità ebraica, creando uno Stato indipendente che ha rappresentato una risposta storica alla diaspora e alle persecuzioni, inclusa la Shoah.
Il sionismo, che inizialmente aveva radici socialiste e pacifiste, si è trasformato in una forza politica dominante in Israele, sostituendo le sue origini con una visione nazionalista e conservatrice. L’evoluzione del movimento, insieme alla crescente radicalizzazione delle posizioni politiche, ha esacerbato la divisione tra israeliani e palestinesi, rendendo sempre più difficile trovare una pace duratura e giusta per entrambe le parti.
Oggi, sotto il governo di Benjamin Netanyahu, il sionismo ha assunto una forma nazionalista e militarista che si è allontanata dagli ideali iniziali del movimento. Le operazioni militari a Gaza, l’occupazione prolungata e la repressione del popolo palestinese hanno sollevato accuse gravi, tra cui quella di genocidio, denunciate anche da voci ebraiche, sia in Israele che nel mondo.
L’espansione e l’affermazione di Israele hanno avuto effetti devastanti per i palestinesi, dando inizio a un conflitto che persiste da decenni, in cui la terra palestinese è stata occupata e i diritti del popolo palestinese limitati. Questo conflitto continua a tormentare la coscienza di molti ebrei, divisi tra la necessità di sicurezza e il rispetto dei diritti degli altri popoli.
In Italia, intellettuali come Moni Ovadia, ebreo lui stesso, non esitano a parlare di crimini contro l’umanità. Ami Ayalon, Ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, ha denunciato l’estremismo del governo Netanyahu, affermando che la guerra a Gaza è “inutile” e guidata da interessi politici piuttosto che da reali esigenze di sicurezza.
Nan Goldin, fotografa e attivista americana di origine ebraica, ha paragonato le azioni di Israele a Gaza a pogrom e alla Shoah, sottolineando l’impatto devastante sulla popolazione civile palestinese. Inoltre varie organizzazioni ebraiche tra cui l’italiana , “Voci ebraiche per la pace”, un gruppo di intellettuali ebrei italiani ha firmato una lettera aperta in cui si condanna la guerra a Gaza, definendo i massacri di civili perpetrati dall’esercito israeliano “crimini di guerra” e chiedendo la fine immediata delle ostilità.
Le loro parole riflettono un disagio profondo che attraversa la coscienza ebraica contemporanea, come conciliare la memoria delle persecuzioni, culminate con la Shoah, con la politica aggressiva e spesso disumana messa in atto oggi in nome della sicurezza? È una frattura morale, che impone a molti ebrei di distinguere tra identità e fede ebraica da una parte, e le scelte di uno Stato che non rappresenta necessariamente tutti gli ebrei, dall’altra.
In questo contesto, il dibattito non è più solo politico, ma profondamente etico e spirituale, e chi cerca la verità non può più ignorare la sofferenza di chi è sotto le bombe, né rimanere in silenzio di fronte a ciò che sta accadendo.
Il movimento Neturei Karta, un gruppo di ebrei ortodossi che si oppongono al sionismo, ritiene che il ritorno degli ebrei in Palestina non debba avvenire tramite la forza, ma solo con l’arrivo del Messia, secondo loro, il tentativo di Israele di costruire uno Stato ebraico in terra santa è contrario alla volontà divina, che si realizzerà solo quando Dio stesso lo vorrà.
Non si può ignorare il ruolo di Hamas nel conflitto. è un’organizzazione armata accusata di atti terroristici, violazioni dei diritti umani e uso strumentale della popolazione civile, i suoi attacchi contro Israele, compresi i razzi lanciati indiscriminatamente su aree civili, hanno alimentato il ciclo della violenza, ma Hamas non nasce dal nulla, affonda le radici nella frustrazione e nella disperazione di un popolo oppresso da decenni, la sua ascesa è anche una risposta alla corruzione e all’inefficacia dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Negli anni ’90, è emersa una strategia israeliana discussa e criticata apertamente anche all’interno della Knesset, secondo cui il rafforzamento di Hamas avrebbe potuto indebolire l’OLP e il progetto di uno Stato palestinese unitario, alcuni deputati israeliani hanno accusato i governi di aver indirettamente o direttamente favorito Hamas, ad esempio permettendo o facilitando il trasferimento di fondi dal Qatar verso Gaza. Benjamin Netanyahu stesso, nel 2019, ha affermato che mantenere Hamas forte a Gaza avrebbe impedito una riunificazione palestinese pericolosa per Israele, dichiarazioni simili sono state rilasciate da politici di spicco come Bezalel Smotrich e Galit Distel Atbaryan.
Anche ex funzionari della sicurezza, come Ami Ayalon, hanno ammesso che Israele ha preferito un nemico come Hamas, facilmente demonizzabile, piuttosto che una controparte diplomatica come Abu Mazen.
L’ex premier Ehud Olmert ha parlato apertamente di fondi israeliani e qatarini usati per tenere in vita Hamas e impedire il collasso totale di Gaza, questa strategia ha avuto conseguenze gravi, alimentando una forza estremista e rinforzato la divisione tra Gaza e Cisgiordania rendendo ancora più difficile ogni percorso di pace.
Riconoscere queste contraddizioni non significa giustificare i crimini di Hamas, ma serve a comprendere che, dietro lo scontro militare, c’è un intreccio complesso di scelte politiche, manipolazioni e cinismi che ha contribuito ad aggravare la tragedia in corso.
A Gaza, la popolazione palestinese vive una realtà di povertà, isolamento e violenza, le politiche israeliane di blocco e attacchi militari hanno portato a una grave crisi umanitaria, dove i civili e sopratutto i bambini, sono i primi a pagare il prezzo delle ostilità, per questo, è cruciale non perdere di vista la complessità del conflitto, i crimini di Hamas non giustificano la violenza israeliana non che non può essere accettata come una risposta di giustizia.
La Torah, guida spirituale degli ebrei, ci ricorda il valore della giustizia. In Deuteronomio (16:20), è scritto: “Cerca la giustizia, cerca la giustizia, affinché tu possa vivere”. La vera giustizia non può essere costruita sulla sofferenza degli altri, né su una visione esclusiva che ignori le legittime aspirazioni dei palestinesi, la pace si costruisce solo attraverso il rispetto reciproco e la comprensione.
Il punto cruciale della nostra riflessione riguarda però la spiritualità e il riconoscimento del messia, se gli ebrei oggi comprendessero appieno la profondità della loro storia, avrebbero la possibilità di guardare alla figura di Gesù di Nazareth non solo come un leader religioso, ma come il Messia promesso dalla loro stessa tradizione, non intendo dire che gli ebrei debbano aderire al cristianesimo, ma riconoscere Gesù come Messia apre una porta verso una comprensione più profonda di se stessi e del loro legame con Dio.
La Torah stessa parla di un “salvatore” che deve giungere per redimere il popolo di Israele e i rabbini più saggi hanno spesso ricordato che la venuta del Messia non è solo una promessa per Israele, ma per tutta l’umanità. Eppure, molti ebrei, pur restando fedeli alla loro fede, non hanno mai considerato Gesù come il compimento di questa promessa. In questo, il popolo ebraico potrebbe fare un passo evolutivo verso una comprensione autentica del divino, una comprensione che supera la divisione tra ebraismo e cristianesimo.
Il rabbino Yitzhak Kaduri, uno dei più rispettati rabbini israeliani, alla fine degli anni ’90, ha affermato che Gesù di Nazareth è il Messia, la sua affermazione divenne pubblica solo dopo la sua morte, nel 2006, una dichiarazione che ha suscitato grande sorpresa, soprattutto tra gli ebrei ortodossi. Sebbene la figura di Gesù non sia riconosciuta come il Messia nel giudaismo, la posizione di Kaduri si inserisce in una tradizione cabalistica che interpreta il Messia in modo esoterico.
Se questa dichiarazione, seppur controversa, offre una riflessione significativa, se venisse accettata da una parte significativa della comunità ebraica, potrebbe favorire una nuova era di comprensione e dialogo tra ebraismo e cristianesimo. Ma la maggioranza degli ebrei continua a non riconoscere Gesù come il Messia. Il messaggio di Kaduri resta, comunque, un invito alla riflessione sul potenziale di pace tra le religioni monoteiste.
In definitiva, la vera ricerca della pace non può essere separata dalla ricerca della verità spirituale, gli ebrei, come popolo che ha sofferto e lottato per millenni, hanno l’opportunità di riscoprire la loro connessione con il Messia, un passo che non solo li condurrebbe alla verità, ma potrebbe anche portare a una vera riconciliazione con i popoli che oggi sembrano distanti, come i cristiani e i musulmani.
L’invito, dunque, è a guardare in profondità nella propria storia, a riconoscere la luce del Messia nella propria tradizione e a vivere quella spiritualità che è sempre stata la base della fede ebraica. Potremo così sperare di vedere una vera pace, quella che trascende le divisioni politiche e che fonda la nostra esistenza su un rispetto reciproco e una visione di giustizia universale.
Alla luce delle tragedie che hanno segnato Gaza, è fondamentale che il popolo ebraico si fermi a riflettere profondamente sulla propria storia e sul futuro che desidera costruire, gli ebrei che oggi sono testimoni della sofferenza di milioni di palestinesi a Gaza, e delle divisioni che attraversano il mondo intero, sono chiamati a una comprensione più alta e più profonda della loro fede.
Il riconoscimento di Gesù come Messia non sarebbe solo un atto di fede individuale, ma una risposta collettiva alla tragedia che ha segnato Israele e l’intero Medio Oriente, questo atto rivoluzionario, rappresenta una riconciliazione autentica con le radici della propria spiritualità e la chiave per superare le divisioni che ancora oggi affliggono la comunità ebraica e il mondo.
In questo contesto, il popolo ebraico, con il suo riconoscimento di Gesù come Messia, compie il proprio destino spirituale, e rinnova il cristianesimo stesso, portandolo a una dimensione di pienezza che solo una reale comunione tra ebraismo e cristianesimo potrebbe dare.
Un ritorno alle origini, il completamento di una promessa fatta dal popolo ebraico a Dio, una promessa che si rinnova oggi con un riconoscimento spirituale che può aprire le porte alla vera pace.
Il Messia, atteso da generazioni dal popolo ebraico, ha già camminato sulla terra, quando questa verità viene riconosciuta, non come rinuncia alla propria identità ma come suo compimento, il popolo ebraico realizza il proprio destino divino, non in senso esclusivo, ma universale e manifesta pienamente la propria elezione, assumendo il ruolo di ponte tra le fedi, testimone di una verità universale, un messaggio che supera divisioni religiose e culturali.
Segna un momento di rinnovamento per la fede cristiana, che si riscopre radicata non solo nella figura di Gesù, ma anche nella continuità con le radici ebraiche della salvezza. Il cristianesimo, di fronte a questa conversione spirituale, evolve nel suo messaggio e apre la porta a una comprensione più profonda della cultura ebraica, che è la culla stessa di Cristo.