Ci sono ferite che non si chiudono parlandone. La storia del popolo ebraico è fatta di esilio, di sopravvivenza, di fede. E oggi, mentre Gaza brucia, gli occhi di molti ebrei si fanno lucidi, qualcosa si muove nel cuore. Una domanda e se ci fossimo fermati troppo presto? Se la nostra attesa del Messia ci avesse impedito di riconoscere il dolore che Dio stesso ha voluto abitare?
La Cabala insegna che tutto è Uno, che ogni cosa, anche l’errore, ha un senso nella logica della creazione, forse il vero peccato non è stato crocifiggere un uomo, ma non riconoscere in lui la sofferenza di Dio, non vedere in quel volto schiaffeggiato il riflesso dell’Amato.
Secondo la Cabala, la Shekhinah (שכינה), la presenza divina è in esilio. Soffre, cade, si spezza, e il compito dell’uomo è quello di riunire ciò che è diviso, di fare Tikkun (תיקון), riparazione, ma come possiamo riparare il mondo se ci rifiutiamo di guardare la ferita più profonda della storia?
Gesù non ha mai chiesto di essere adorato, ha chiesto di essere riconosciuto, ha parlato da figlio, da fratello, da servo; ha parlato da ebreo. Ha vissuto l’insegnamento della Torah fino in fondo, fino a fare del perdono il nuovo sacrificio.
Non è forse questa la vera essenza della Torah? “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19:18). E se l’amore fosse già venuto a bussare, ma il nostro orgoglio – la nostra attesa di un re forte – ce lo avesse fatto rifiutare?
La Cabala ci parla di Da’at” (דעת), la conoscenza che unisce, un ponte, un varco tra le Sĕfirōt . Gesù è quel varco, non un’interruzione del patto, ma il suo compimento, non la fine del popolo ebraico, ma la sua fioritura, il suo passaggio da custode della Legge a portatore della Misericordia.
Ciò che manca, forse, non è la fede, ma il coraggio del cuore, Il coraggio di guardare indietro e dire: “Forse ci siamo sbagliati. Ma possiamo ancora cambiare. Possiamo ancora riconoscere.”
E allora accadrebbe qualcosa di grande, Il riconoscimento del Messia da parte del popolo ebraico sarebbe non solo un evento religioso. Ma un terremoto dell’anima, uno sconvolgimento capace di rinnovare anche il cristianesimo, oggi stanco e vuoto. Gli ebrei ridarebbero a Cristo il volto che ha perso, restituendolo all’umanità non come simbolo, ma come presenza viva.
In quel gesto, il popolo ebraico diventerebbe davvero ciò che è chiamato a essere, “luce per le nazioni”, per amore non per superiorità, perché chi ha sofferto la storia, conosce la verità del cuore, è la verità quando si fa carne, è redenzione.