È questa la parola chiave che si cerca di cancellare dal discorso pubblico, sostituita da parole come mercato, competitività, crescita. L’essere umano è diventato una variabile economica, un numero, un costo. Le sue emozioni, i suoi bisogni, la sua dignità non hanno spazio nei bilanci.
La politica amministra gli ordini che riceve. Ordini che arrivano da un invisibile potere.
Le leggi non servono a tutelare, ma a controllare. Ogni emergenza viene usata per restringere diritti.
Il piano è chiaro, standardizzare l’essere umano, ridurlo a consumatore, forza lavoro.
Eliminarne l’identità, la comunità, la storia.
Impedire ogni forma di autonomia, di pensiero critico, di solidarietà.
Eppure, ci sono segnali, qualcuno si è svegliato, ha cominciato a farsi domande.
Ma non basta, perché la reazione non può essere solo rabbia. La rabbia serve per rompere, ma non per ricostruire.
È necessario un passo in più, riconoscere che la responsabilità è anche nostra.
Per anni abbiamo accettato, obbedito, sperato che qualcuno risolvesse le cose al posto nostro.
È tempo di smettere di delegare.
È tempo di costruire.
Costruire comunità reali, reti solidali, educazione libera.
Creare spazi in cui l’uomo torni al centro, in cui si possa crescere senza paura, senza imposizioni, senza ricatti.
Togliere il consenso non significa solo dire “NO”. Vuol dire anche creare alternative.
Significa non comprare da chi ci sfrutta.
Non votare chi ci tradisce.
Non lavorare per chi ci disumanizza.
Il loro potere crolla quando smettiamo di alimentarlo.
Possiamo farlo.
Ma dobbiamo volerlo davvero. E dobbiamo farlo insieme. Non c’è più tempo per aspettare.